Dall’Augustinianum il valore della continuità politica

De Mita e Misasi, a fianco il presidente Mattarella

Il 14 aprile 1991 Luciano Corradini, (agostino dell’anno 2004), già docente universitario e uomo delle istituzioni, scrisse una lettera a Ciriaco De Mita e Riccardo Misasi, impegnati in politica in ruoli di rilievo nazionale, per esprimere agli amici conosciuti negli anni del Collegio alcune riflessioni di natura educativa per il mondo della scuola, in occasione della nomina a ministro della Pubblica Istruzione di Riccardo Misasi.
Le riflessioni si mescolano a ricordi e divagazioni degli anni in Augustinianum nella seconda metà degli anni Cinquanta.
Ringraziando il professor Corradini per aver messo a disposizione questo testo inedito del suo archivio personale, lo proponiamo ai lettori quale ricordo di Ciriaco De Mita, recentemente scomparso, a testimonianza dei legami nati in collegio e che poi sono proseguiti per la vita, con risvolti anche di natura pubblica e istituzionale. In tal senso l’ambiente collegiale ha favorito non solo la consonanza di ideali ma anche quell’amicizia che a livello organizzativo ha agevolato l’impegno per il bene comune.


Cari Amici,
non avrei osato disturbarvi se la giornata odierna, che coincide con quella che celebra il Settantesimo di fondazione dell’Università Cattolica, non mi avesse indotto a pensare che buona parte delle sorti della politica della pubblica istruzione e della stessa società italiana dipendono da persone che, oltre ai codici difficili della politica, dispongono anche del codice giocoso dell’Augustinianum.
Da matricola 1954 ho baciato la pantofola del pontefice Franco Vitale, ho obbedito agli ordini del tribuno Enzo Chioccioli e temuto la croce pettorale e la forbice dell’ordinario castrense Pietro Nonis, da fagiolo ho contribuito alla “nicchiatio” di Ciso Gitti, da pontefice della CAGA 1957 ho “battezzato” Romano Prodi, dopo aver trasmesso urbi et orbi l’enciclica “Casti Pototschnighi sub alta tirannide”, l’anno in cui don Mario lasciava il potere temporale per assumere quello spirituale.
Era lui che a noi piccoli raccontava le imprese di voi grandi, da poco transitati per Via Necchi. Era lui che ci faceva quei discorsi intelligenti e inquietanti che davano respiro e prospettiva alla vita del Collegio. Qualche anno dopo di me, è diventato pontefice e poi direttore del Collegio Roberto Ruffilli, che ha pagato più di tutti noi per aver preso sul serio quei discorsi intelligenti e inquietanti.
Ho davanti a me le cinque righe scritte dal Rettore Gemelli sotto quel ritratto del S. Cuore, che consegnava a ciascuno di noi il giorno della laurea.
Ce n’è abbastanza per credere che le nostre vite e le nostre carriere, talora vicine e quasi misteriosamente intrecciate, ma anche così piene di problemi e di responsabilità da complicarci l’esistenza, possano utilizzare anche altri canali comunicativi, oltre a quelli ufficiali dei ruoli che rivestiamo pro tempore. Penso al canale “sotterraneo” costituito dall’immaginario affettivo e simbolico che abbiamo elaborato giocando, e al canale “etereo”, costruito dagli ideali e dagli eventi di salvezza che continuano a nutrire e a ispirare il nostro impegno.
Ho accettato per stima e quasi per obbedienza l’incarico di vicepresidente del CNPI offertomi con insistenza un anno e mezzo fa da Sergio Mattarella. Mi sono trasferito a Roma con mia moglie, pur continuando a insegnare alla Statale di Milano. Quando Sergio ha lasciato improvvisamente il Ministero, pur ammirandone le ragioni, ho avuto l’impressione che un evento traumatico spezzasse un sogno e lasciasse quasi orfana un’istituzione che stava ritrovando idee e voglia di lavorare, dopo la Conferenza nazionale sulla scuola.
L’arrivo di Gerardo è stato accolto con qualche timore, ma lui ha saputo porsi in atteggiamento di leale continuità, affrontando i problemi con determinazione, con intelligenza pragmatica e con sensibilità umana e culturale, guadagnandosi larga fiducia nel mondo della scuola.
Quando il motore aveva raggiunto un numero di giri tale da “rendere” in modo ottimale, da un giorno all’altro abbiamo saputo che la sua opera alla Minerva era finita. Ho accolto anche questa notizia con profondo disagio. Mi rendo conto che la politica ha le sue esigenze, che il sistema politico è sempre più inadeguato e che talune scelte scarsamente comprensibili all’opinione pubblica tendono a legittimarsi proprio con la volontà di cambiarlo. Del resto è questo che cerco di dire a mia moglie e ai miei colleghi, dentro e fuori il Ministero, per non disperdere quel tanto di fiducia e di speranza che serve a ricominciare ogni volta da capo.

Ad amici come voi, però, io che sono l’ultimo arrivato e il meno informato, credo di dover segnalare riservatamente il disagio così come lo si vive tra la gente che, per indole o per scelta, crede nelle istituzioni e nelle persone che le incarnano.
Capitemi: se diventa ministro una persona intelligente, onesta e laboriosa, che per di più “pesca” nel nostro modo vitale, si chiami Bodrato, Galloni o Mattarella o Bianco, come si fa a non affezionarsi e a non identificarsi nel progetto di risanamento e di trasformazione istituzionale che questi rappresenta e persegue?
Viviamo in un mondo che non riesce a liberarsi di un Saddam Hussein dopo oltre 100.000 morti e un genocidio, mentre il nostro Paese non riesce a tenere neppure un anno al suo posto un ministro onesto e capace. Se è un valore la continuità didattica dei docenti, perché non dev’essere un valore anche la continuità politica e amministrativa dei ministri che non abbiano chiaramente demeritato?

Auguro al ministro Riccardo lunga vita, serenità e produttività, a nome della scuola italiana. Ha cominciato lui ad agitare le acque in quel di Frascati, nel 1970: e ricordo che ha pianto quando la sua “legge ponte” è estata affossata per un voto. Gli si presenta ora l’occasione di essere lui a concludere il lungo processo, con una legge di riforma della scuola secondaria superiore.
Con un paio di stupende circolari aveva anticipato la stagione dei decreti delegati, che ora sono bisognosi di ritocchi, sul piano amministrativo e sul piano legislativo, secondo l’idea dell’autonomia propugnata da Galloni e ripresa da Mattarella, nella prospettiva del “patto sociale” per la scuola.

Nello stesso 1970 ricordo di aver partecipato con una mia scolaresca di Reggio Emilia, a un dibattito televisivo con Riccardo. Avevo elaborato un’ipotesi di partecipazione studentesca, con Pierluigi Castagnetti, allora mio alunno, e con don Camillo Ruini, allora assistente dei laureati cattolici di Reggio. È in quel remoto terreno che pesca il Progetto Giovani 93 del MPI, elaborato in questi anni, che ora sta dando i suoi primi frutti, come modalità di attuazione originale della legge Jervolino-Vassalli, la legge che affida al MPI il compito di coordinare e rimuovere attività di educazione alla salute.

Scusatemi e lasciatemi sperare che la regressione e la trasgressione goliardica, unita al ricordo delle prediche di don Mario e ai moniti del Gemelli possano fare un po’ di bene alle nostre vite e alla politica italiana.

Luciano Corradini, Roma 14 aprile 1991

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